Franco Nasi, saggista e traduttore, insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia. Tra le sue pubblicazioni La malinconia del traduttore (Medusa 2008), Specchi comunicanti (Medusa 2010), e la cura (con A. Albanese) del volume I dilemmi del traduttore di nonsense (Longo 2012).

Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, ha pubblicato cinque raccolte di versi. Le prime tre (Ora serrata retinae, Feltrinelli 1980, Nature e venature, Mondadori 1987, Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992), sono state riunite nel volume Poesie e altre poesie (Einaudi 1996), cui hanno fatto seguito Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi 1999) e Disturbi del sistema binario (Einaudi 2006). Parallelamente alla scrittura in versi, Magrelli ha sviluppato una ricerca in prosa che si è dispiegata in quattro volumi: Nel condominio di carne (Einaudi 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno (Laterza 2009), Addio al calcio (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (2013). A questi due percorsi, si sono poi affiancati testidiversi come Che cos'è la poesia? La poesia raccontata ai ragazzi in ventuno voci (Sossella 2005, libro e cd), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica (Le Lettere 2010) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza). Docente di letteratura francese all'Università di Pisa e poi di Cassino, ha diretto la collana di poesia “La Fenice” Guanda e la serie trilingue “Scrittori tradotti da scrittori” Einaudi (Premio Nazionale per la Traduzione 1996). Tra i suoi lavori critici, Profilo del Dada (Lucarini 1990, Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell'opera di Paul Valéry (Einaudi 2002, poi, come Se voir se voir, l'Harmattan 2005, a cura di A. Ciancimino e P. Climent-Delteil), Il lettore ferito. Cinque percorsi critici: Larbaud, Apollinaire, Lamartine, Perec, Breton (Teatro di Roma, 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Nel 2002, l'Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana.

Alfredo Gianolio è nato il 27 maggio 1927 a Suzzara. Dopo la guerra si è laureato in giurisprudenza e, nel corso degli studi, si è dedicato al giornalismo, iniziando nella redazione reggiana del Progresso d’Italia, della quale era caporedattore il pedagogista Loris Malaguzzi. Ha pubblicato storie di diversi paesi (Sant’Ilario d’Enza, Campegine, Collagna) da lui definiti “librigiornali”. Per diversi anni è stato redattore dell’Unità, e dopo i “fatti di Ungheria” si è dedicato all’avvocatura. Quasi in forma maniacale ha frequentato la “bassa”, in particolare Guastalla e Luzzara. A Luzzara ha fatto parte della Giuria del Premio Nazionale dei naïfs con Cesare Zavattini, che lo onorò della sua amicizia. Era allora anche redattore del Bollettino dei naïfs, un periodico tirato a ciclostile del quale Zavattini, incurante delle formalità, era direttore. Ha iniziato allora a registrare, per pubblicarle sul “Bollettino”, storie che gli narravano i naïfs che andava a intervistare: ne ammucchiò centinaia che vennero poi pubblicate in Vite sbobinate (Ed. Incontri, Sassuolo, 2000, 2011). Seguì Pedinando Zavattini (Diabasis, Reggio Emilia, 2004), mettendosi sulle sue tracce da Luzzara a Cerreto Alpi, secondo la “poetica del pedinamento” ideata dallo stesso Zavattini e applicata nei suoi confronti. Alfredo Gianolio è convinto che, per scrivere, non sia necessaria la fantasia, essendo sufficiente registrare delle storie vere, talmente curiose che anche la più fervida fantasia non potrebbe concepire. Si ritiene così una sorta di “ortolano” della letteratura, limitandosi a raccogliere la verdura che cresce spontaneamente.

Lino Di Lallo [1946] Scrittore e artista visivo, vive e lavora a Firenze, dove si è laureato in Architettura con Eugenio Battisti. Ha pubblicato le raccolte di poesie La disperazione (1980) e Penniscopio (1987), entrambe con El Bagatt di Bergamo, e Quo lapis? Inventare una scuola colorata (Einaudi 1994). È condirettore di Tèchne (nuova serie) e collabora a il Caffè illustrato.

Don Backy (1939), pseudonimo di Aldo Caponi, già prima dello scoccare dei 60, è protagonista di alcune esibizioni nel genere rock and roll - insieme al gruppo, Kiss - con il nome d'arte di Agaton. Nel 1962 entra a far parte del Clan e partecipa alla prima edizione del Cantagiro - con il nuovo nome di Don Backy. Scrive il testo in italiano di “Stand By Me”, di Ben E. King, col titolo di “Pregherò”, incisa poi da Celentano, come quello di un'altra cover “Don't play that song”, che diventa il seguito di Pregherò, col titolo di “Tu Vedrai” - incisa da Ricki Gianco - oltre a quelli di “Sabato triste” e “Sono un simpatico”, sempre per Celentano e - in maniera spassionata - per molti altri artisti, tra i quali, Little Tony, Milva, Santercole, Milena Cantù, Ricky Gianco.  L’esordio al festival di Sanremo nel ’67 con L’Immensità, lo colloca di diritto tra i cantautori più popolari. Nello stesso anno, pubblica per Feltrinelli, il libro: "Io che miro il tondo". Nel 1968 per il Festival di Sanremo scrive due canzoni: “Casa bianca”, cantata da Marisa Sannia e Ornella Vanoni, che si classificherà al 2° posto della classifica finale - dopo aver vinto la prima serata - e “Canzone”, cantata da Celentano - che nel frattempo gli si è sostituito, imponendosi all'organizzatore - in coppia con Milva. Attivo sul fronte cinematografico come attore in numerosi film, tra i più famosi, "Banditi a Milano", di Carlo Lizzani, con G.M. Volonté. "I 7 Fratelli Cervi", di G. Puccini, sempre con G.M. Volonté. "Barbagia", ancora di Lizzani, con Terence Hill e "Satyricon" di G.L. Polidori, con Ugo Tognazzi. La passione per i paesaggi di neve fiamminghi, lo porta a dipingere una cinquantina di tele, per la sua personale galleria www.donbacky.it “Pennelli e colori”. Inizia a scrivere il racconto della sua avventura artistica, a partire dal 1955, con l'avvento del rock and roll, in un prezioso volume illustrato e ricco di ricordi: "Questa è la Storia..." (1955/1969), (Coniglio, 2007) e lo riedita per la propria edizione, L'Isola che c'è (2008). Prosegue quindi il racconto, decidendo di arrivare fino ai giorni d'oggi. Ricca anche la produzione di Album/Cd, con circa 20 titoli, da L'amore (Clan, 1965) a Il Mestiere delle Canzoni (Ciliegia bianca, 2010). Per FUOCOfuochino ha pubblicato il racconto I figli delle stelle (2013), Monologo (2015) e Risposta (2015).

Giordano Galante (Finale Emilia, 1985 – Genova, 2011). Fin da giovane si interessa di fonetica, arte figurativa e poesia dialettale. A diciannove anni si iscrive al corso di astronomia presso l’Università di Parma. Nello stesso anno pubblica il racconto La boa non è una serpenta (Focaccia & Volturno Editori, Cuneo, 2004). Sui quotidiani locali la critica si scatena definendo il libro caotico, illiberale e mistificatore. Precipita in una profonda depressione, ciò nonostante pubblica la raccolta di poesie Videocitofoni per casse da morto (Turapòri, Monza, 2006) che gli vale la segnalazione in alcuni premi letterari di provincia. L’anno successivo da alle stampe il catalogo d’arte figurativa Da Confaccioni a Presbiti (Antistress, Voghera, 2007). Nel 2010 comincia a lavorare a I bellerrimi, rimasto incompiuto per la prematura scomparsa e qui pubblicato per la prima volta. Muore a ventisei anni in un parcheggio nel porto di Genova schiacciato contro un muro da un torpedone.

Andrea Soncini, come cantano i Police, è “born in the ‘50s”, in verità quasi ‘60s, ma adora la musica dei ‘70s. Ha lasciato pensieri, parole e qualche foto sulle pagine di Rockerilla, Rock Star, Jam, Muzik, La Gazzetta di Modena, ELLE, Musica Leggera. Ha scritto note di copertina per album e cd, ha curato testi critici di mostre e di festival musicali. Ha tradotto le biografie di King Crimson, Dream Theater, e “Aqualung”, libro del musicologo inglese Allan Moore sull’omonimo disco dei Jethro Tull. Ha nei cassetti una buon numero di racconti che si ostina a prediligere (i racconti degli altri, non i suoi) mentre ripete che il racconto è come il maiale, non si butta via niente.

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